Giro del Belgio 1914

La 7ª edizione del Giro del Belgio del 1914 si è disputata tra il 28 aprile e il 10 maggio su un percorso di 2089 km suddivisi in 7 tappe.

La gara è stata organizzata dal quotidiano La Dernière Heure.

Contents


Cronologia

  • Edizione precedente
  • Edizione successiva


Scheda

Partiti: ?.
Arrivati: 22.
Km: 2089.
Media: ? km/h.


Le tappe

  • 1° tappa (28 aprile): Bruxelles-Anversa (313 km)
  • 2° tappa: Anversa-Ostenda (285 km)
  • 3° tappa: Ostenda-Dinant (300 km)
  • 4° tappa: Dinant-Namur (323 km)
  • 5° tappa: Namur-Lussemburgo (312 km)
  • 6° tappa: Lussemburgo-Verviers (265 km)
  • 7° tappa (10 maggio): Verviers-Bruxelles (292 km)


Classifica

  • 1° Louis Mottiat () 74h09′50″
  • 2° Jean Rossius () a 25′06″
  • 3° Paul Deman () a 28′41″ (alcune fonti indicano il distacco in 28′10″ o in 28′12″)
  • 4° Odile Defraye () a 28′49″
  • 5° Léon Scieur () a 54′44″
  • 6° Lucien Buysse () a 55′35″
  • 7° André Blaise () a 1h06′33″
  • 8° Jacques Coomans () a 1h08′31″
  • 9° Victor Dethier () a 2h01′50″
  • 10° Hector Heusghem () a 2h11′39″
  • 11° Henri Devroye () a 2h36′36″
  • 12° Louis Petitjean () a 4h22′42″
  • 13° Camille Botte () a 4h25′22″
  • 14° Charles Snell () a 6h22′43″
  • 15° Aloïs Verstraeten () a 7h07′35″
  • 16° Arsène Govaerts () a 8h10′20″
  • 17° Maurice Leliaert () a 9h46′43″
  • 18° Charles Delmay () a 9h32′58″
  • 19° Marcel Raskin () a 14h03′17″
  • 20° Omer Melotte () a 14h37′57″
  • 21° Charles Mandelaire () a 17h40′06″
  • 22° Henri Allard () a 21h24′46″


Classifiche di tappa


1° tappa

  • 1° Marcel Buysse ()


2° tappa

  • 1° Louis Mottiat ()


3° tappa

  • 1° Louis Mottiat ()


4° tappa

  • 1° Hector Heusghem ()


5° tappa

  • 1° Louis Mottiat ()


6° tappa

  • 1° Odile Defraye ()


7° tappa

  • 1° Louis Mottiat ()

Eduard Taaffe

  • 1867 e 1870/71: Ministro degli interni dell’Austria
  • 1867 - 1870: Ministro della difesa e della polizia
  • 1869/70 e 1879 - 1893: Primo ministro e Ministro degli interni

Nel 1882 abbassò il limite minimo di censo per la partecipazione alle elezioni da 10 a 5 Gulden e gettò le basi per una effettiva legislazione di welfare: limiti all’orario di lavoro, riposo settimanale, assicurazione per gli infortuni e le malattie. Il Partito Nazionale, radicale, gli impedì di completare la riforma generale sul diritto di voto.

Tavola di mortalità

La tavola di mortalità è uno strumento per l’analisi statistica della mortalità.
Descrive per singole generazioni (a seconda della disponibilità dei dati anche singoli anni di nascita)
l’andamento del numero di sopravvisuti dal momento della nascita fino alla morte dell’ultimo.
Trattandosi di uno strumento di analisi non rappresenta il numero effettivo di persone viventi
in dato territorio, ma astrae tenendo conto di eventi non fisiologici quali ad esempio
le migrazioni, eventi bellici o catastrofi naturali.

Si tratta di uno strumento fondamentale nell’ambito delle assicurazioni sulla vita
e la demografia in generale.

Concetti di base della tavola di mortalità sono:

  • la probabilità di morte qx, che indica la probabilità di morire entro un anno (o altro intervallo di tempo di riferimento) che ha una persona di anni x
  • la probabilità di sopravvivenza px è il complementare di qx (px+qx=1), e indica la probabilità che una persona di anni x sia ancora viva un anno dopo
  • i sopravviventi lx, rappresenta la probabilità che una persona sia ancora viva x anno dopo la nascita. Vale la seguente relazione con la probabilità di morte: <math>l_{x+1}=l_x-l_x\ q_x</math>

In questo ambito si calcolano

  • i decessi: <math>d_x=l_x\ q_x=l_x-l_{x+1}</math>
  • gli anni vissuti: <math>L_x=\frac{l_x+l_{x+1}}{2}=l_{x+1}+\frac{1}{2}d_x</math> (formula valida per x>0)
  • la retrocumulata dei sopravviventi, una serie definita come <math>N_x=l_{x+1}+l_{x+2}+l_{x+3}+…</math>
  • la retrocumulata degli anni vissuti, una serie definita come <math>T_x=L_x+L_{x+1}+L_{x+2}+L_{x+3}+…</math>
  • la speranza di vita o vita media: <math>e_x=\frac{T_x}{l_x}</math>, dove <math>e_0</math> rappresenta la speranza di vita alla nascita
  • l’età mediana alla morte (o impropriamente vita probabile): <math>\pi_x</math> è per i <math>l_x</math> sopravviventi all’età x, l’età in cui il numero di sopravviventi si dimezza
  • il tasso di mortalità <math>m_x=\frac{d_x}{L_x}=\frac{l_x\ q_x}{L_x}</math>, da cui <math>q_x=\frac{2m_x}{2+m_x}</math>

Con i dati di una tavola di mortalità può essere calcolata la cosiddetta Popolazione stazionaria: <math>P=\sum_{x=0}^{\omega}L_x=T_0=e_0\ l_0</math>.

Alla tavola di mortalità è abbinato il diagramma di Lexis.


Voci correlate

  • Demografia
  • Wilhelm Lexis
  • Diagramma di Lexis
  • John Graunt, calcolò nel 1662 una delle prime tavole di mortalità

Affioramento


In geologia con affioramento si intende l’esposizione sulla superficie terrestre di roccia o depositi del quaternario.
Nella maggior parte dei casi la roccia e i depositi sono ricoperti da uno strato di suolo e vegetazione, che ne ostacolano l’analisi. In alcuni posti, invece, la copertura del suolo è stata rimossa attraverso l’erosione, lasciando così che la roccia sia esposta. Gli affioramenti sono infatti frequenti in zone dove l’erosione supera il weathering, come in zone di frana, nelle rive dei fiumi o in zone tettonicamente attive.
Alcuni affioramenti possono invece trarre origine da scavi umani come quelli per le strade.

Gli affioramenti sono molto importanti per la realizzazione delle carte geologiche, consentono infatti di osservare e classificare la roccia in situ. La rilevazione in situ è inoltre importante anche per capire la storia del della terra.

Dall’analisi in affioramento si possono capire molte importanti informazioni come: giacitura, foliazione, direzione di paleo correnti, orientazione paleomagnetica.


Voci correlate

  • Geologia
  • Petrografia

Rosso Valentino

Il rosso Valentino è un tonalità di rosso creato dallo stilista Valentino per alcuni suoi abiti.

Tonalità di rosso molto acceso spazia tra il carminio, il porpora ed il rosso di cadmio.

Viene usato in massima solo da Valentino.

In disegno si ottiene mescolando i 3 colori su citati in proporzione variabile.

Pensione di anzianità

La pensione di anzianità è una delle prestazioni previdenziali che spetta a coloro che sono o sono stati iscritti ad uno qualsiasi degli istituti previdenziali obbligatori per legge, come ad esempio l’INPS.

La pensione di anzianità è quel particolare tipo di prestazione pensionistica che si può ottenere prima di aver compiuto l’età pensionabile.

I requisiti di accesso a tale prestazione variano a seconda del fondo in cui sono stati versati i contributi.

I requisiti richiesti per i lavoratori dipendenti iscritti all’A.G.O. (Assicurazione Generale Obbligatoria) ivi inclusi i braccianti agricoli sono:

 - 35 anni di contribuzione e 57 anni di età anagrafica;

o alternativamente

 - 39 anni di contribuzione prescindendo dall'età del richiedente.

I requisiti richiesti per gli iscritti ai fondi speciali quali artigiani, commercianti, coltivatori diretti coloni e mezzadri sono:

 - 35 anni di contribuzione e 58 anni di età anagrafica;

o alternativamente

 - 40 anni di contribuzione prescindendo dall'età del richiedente.

È bene ricordare che rientrano nel calcolo della contribuzione anche le indennità per malattia e/o disoccupazione (tranne che per il requisito dei 35+57 e 35+58 anni) fatto salvo per alcune indennità particolari (come ad esempio la disoccupazione speciale per i braccianti agricoli). Per i lavoratori dipendenti l’accoglimento della domanda di pensione di anzianità è subordinata alla cessazione dell’attività lavorativa.

Tale tipo di prestazione verrà a scomparire mano a mano che i lavoratori iscritti al vecchio sistema retributivo verrano sostituiti da coloro che risultano iscritti al nuovo sistema contributivo sancito dalla L. 335/1995 cosidetta riforma Dini


Voci correlate

  • Pensione di vecchiaia

Midex

Il Midex è un indice di borsa che considera le quotazioni di aziende italiane ed estere che fanno parte del segmento Blue Chip del MTA e del MTAX (ex Nuovo Mercato) e che non sono incluse nell’indice S&P/MIB.

L’indice è stato creato il 31 dicembre 1994 con un valore pari a 10.000.


Società del paniere

  • Acea
  • Amplifon
  • ASM Brescia
  • Autostrada Torino-Milano
  • Azimut Holding
  • Banca Generali
  • Banca Italease
  • Banca Carige Cassa di Risparmio di Genova e Imperia
  • Banco di Desio e della Brianza
  • Benetton Group
  • Beni Stabili
  • Cassa di Risparmio di Firenze
  • Cementir Cementerie del Tirreno
  • CIR Compagnie Industriali Riunite
  • Compagnia di Assicurazione di Milano - Milano Assicurazioni
  • Credito Emiliano
  • Credito Valtellinese
  • Davide Campari Milano
  • Edison
  • Enia
  • Erg
  • Generale Mobiliare Interessenze Azionarie - Gemina
  • Geox
  • Hera
  • Ifi - Società per Azioni Istituto Finanziario Industriale
  • Ifil Investments
  • IGD - Immobiliare Grande Distribuzione
  • Indesit Company
  • Iride S.p.A.
  • Italmobiliare
  • Marazzi Group
  • Piaggio & C.
  • Pirelli & C. Real Estate
  • Rcs MediaGroup
  • Recordati
  • Risanamento S.p.A.
  • Safilo Group
  • Saras
  • Società Cattolica di Assicurazione
  • Società Iniziative Autostradali e Servizi
  • Telecom Italia Media
  • Tiscali
  • Tod’s


Fonti

  • Sito ufficiale di Borsa Italiana S.p.A.


Voci correlate

  • Borsa Italiana
  • S&P/MIB
  • All Stars
  • Consob

Genertel

Genertel è la compagnia di assicurazioni diretta del gruppo Generali, con sede legale a Trieste.


Storia

Genertel nasce nel 1994 come linea di prodotti assicurativi della Trieste e Venezia Assicurazioni SpA distribuiti esclusivamente attraverso il canale telefonico. Dal 1998 Genertel offre la possibilità di richiedere un preventivo online e di acquistare anche su Internet. Nel 2001 cambia la sua denominazione sociale in Genertel SpA. Oggi è leader in Italia nell’assicurazione diretta.


Organigramma

Il Consiglio di Amministrazione di Genertel è composto da: Aldo Minucci (Presidente), Davide Angelo Passero (Amministratore Delegato e Direttore Generale), e dai Consiglieri Amerigo Borrini, Manlio Lostuzzi, Massimo Paltrinieri, Francesco Procaccini, Benito Rocco e Adriano Bruno Trevisan.


Collegamenti esterni

  • Sito ufficiale

Governance duale

La governance duale, o dualistica, è una forma di gestione amministrativa delle aziende ancora poco diffusa in Italia ritenuta adatta soprattutto per le banche e le compagnie assicurative.

La principale caratteristica della governance duale è la suddivisione in due diversi organi delle attività gestionali e di controllo di una società, che nella struttura amministrativa classica fanno capo al Consiglio d’amministrazione e, per la parte relativa al controllo, al Collegio sindacale.

Organi caratteristici della governance duale sono:

  • un Consiglio di sorveglianza, al quale sono demandate le funzioni di controllo e che determina le linee guida e di indirizzo della società.
  • un Consiglio di gestione, che si occupa dell’amministrazione e gestione della società uniformandosi alle linee guida formulate dal Consiglio di sorveglianza.

Del Consiglio di gestione fanno solitamente parte uno o più Consiglieri delegati, figura affine all’Amministratore delegato nella governance classica, a cui vengono conferiti i poteri di firma e gli altri poteri materiali di gestione.

Banca Popolare di Milano

La Banca Popolare di Milano è una società cooperativa a responsabilità limitata fondata a Milano nel 1865, istituto di credito a capo del gruppo Bipiemme. È l’ottava banca in Italia per capitalizzazione, quarta tra gli istituti popolari.
Il presidente del Consiglio di amministrazione è Roberto Mazzotta, il direttore generale è Fabrizio Viola e il vice direttore generale Antonio Colli.

Può contare su una forza lavoro di oltre 6.000 dipendenti-soci (che salgono a 8.000 considerando il gruppo Bipiemme), con 1.430.100 clienti1.430.100 clienti di cui: 1.278.000 privati, 141.600 aziende e 10.500 enti ed associazioni. I dati, se non diversamente specificato, fanno riferimento al bilancio sociale del gruppo BPM del 2005 e una raccolta, diretta e indiretta, di 57,3 miliardi di euro. Ha una presenza interregionale nel territorio con le sue 702 filiali, con una forte concentrazione in Lombardia (462 agenzie702 filiali nazionali di cui 462 in Lombardia considerando le agenzie Banca Popolare di Milano, Banca di Legnano, Cassa di Risparmio di Alessandria e Banca Akros). Lo sviluppo su base nazionale è stato raggiunto grazie alle numerose acquisizioni che l’hanno vista protagonista, tra cui la Banca Popolare di Roma, la Banca Briantea, Banca Agricola Milanese, Banca Popolare Cooperativa Vogherese, Banca Popolare di Bologna e Ferrara, Banca Popolare di Apricena, Ina Banca, Cassa di Risparmio di Alessandria e Banca di Legnano.

Contents


La Cooperativa

La Banca Popolare di Milano è una Società cooperativa a Responsabilità Limitata, il cui capitale è tenuto nelle mani di oltre 130 mila azionisti (di cui 65 mila soci). Ogni socio, così come previsto dall’art. 13 dello statuto della banca, può esprimere un solo voto indipendentemente dal numero di azioni possedute (il cosidetto voto capitario). L’art. 11 dello statuto indica che possono diventare soci tutti gli azionisti che ricevono il gradimento del Consiglio di amministrazione, dopo aver presentato domanda scritta. I soci hanno inoltre diritto ad una percentuale dell’utile lordoLa percentuale viene di anno in anno stabilita dall’assemblea, soluzione scelta dall’assemblea straordinaria dei soci che, in data 15 febbraio 2007, ha modificato l’art. 47 dello statuto. Precedentemente ai soci era distribuito il 50% dell’utile netto., così come previsto dall’art. 47 dello statuto della banca. Praticamente tutti i dipendenti della Banca Popolare di Milano partecipano attivamente alla vita dell’istituto, essendo tutti soci della cooperativa, per questo gli stessi dipendenti hanno diritto al 5% dell’utile lordoL’art. 47 dello statuto, modificato il 15 febbraio 2007, ha variato le modalità di calcolo di distribuzione dell’utile: precedentemente ai dipendenti veniva distribuito il 20% dell’utile netto..


La storia di Banca Popolare di Milano

La Banca Popolare di Milano nacque con l’intento di creare una cooperativa di credito capace di assicurare ai propri soci una sostenibilità e una competitività di fronte alla crescente forza dell’alta borghesia nella crescita industriale che caratterizzava la fine dell’Ottocento nel capoluogo lombardo.

La caratteristica popolare, che già aveva avuto successo in Germania e in Belgio, fu sicuramente ispiratrice per la vicina Banca Popolare di Lodi di Tiziano Zalli, amico del fondatore di BPM, Luigi Luzzatti. Lo stesso Zalli si disse affascinato dal testo di Luzzatti: “La diffusione del credito e delle Banche popolari” del 1863, fonte di spunti per la nascita della prima banca popolare italiana, la Banca Mutua Popolare Agricola di Lodi.


Il comitato promotore della banca

Fu proprio Luzzatti, il 28 ottobre 1864 a comunicare a Zalli l’esistenza a Milano di un comitato promotore per una banca popolare cittadina. Il comitato nacque da una precedente commissione, istituita dall’allora sindaco Antonio Beretta con il compito di promuovere la creazione di una nuova azienda bancaria, denominata “Compagnia del credito sul lavoro di Milano”. La compagnia si sciolse poco dopo, ma lasciò in Luzzatti (responsabile della stesura del programma) l’idea che un istituto popolare fosse pronto a nascere sul suolo meneghino.

Solo nel febbraio del 1865 si riuscì a nominare un consiglio di amministrazione provvisorio composto dallo stesso Luzzatti, oltre a Francesco Viganò, Aristide Gabelli, Alessandro Romanelli, Luigi Bossi, Giovanni D’Italia, Filippo Binda, Giovanni Spertini, Giuseppe Brusadelli, Giovanni Battista Colombo, Giacomo Cattadori oltre ad un certo Tresoldi (di cui non si hanno altre notizie).


Le prime assemblee e la fondazione

Il 3 agosto 1865, in un’assemblea a cui presero parte 350 cittadini di ogni ceto, si preparò l’istituzione della Banca Popolare di Milano e del suo statuto. Luigi Luzzatti convocò la prima assemblea straordinaria il 21 agosto dello stesso anno, alla quale parteciparono 184 soci. Il 7 dicembre 1865 in una sala di Palazzo Marino si svolse l’ultima assemblea preparatoria e nella stessa sede, il 12 dicembre il notaio Girolamo Corridori redasse l’atto di costituzione della Società Anonima a Responsabilità Limitata denominata Banca Popolare di Milano e autorizzata con decreto reale n. 1710 del 23 del medesimo mese.


L’avvio dell’attività creditizia

L’attività ebbe inizio ufficialmente il 25 gennaio 1866, grazie all’apporto di 404 diversi soci che avevano sottoscritto 1.086 azioni per un capitale di 56.000 Lire. Lo statuto prevedeva un limite massimo di 50 azioni per ciascun socio ad un prezzo di 50 Lire cadauna, pagabili anche ratealmente. Il primo anno di attività raccolse grande interesse attorno alla neonata Banca, tanto che si accolsero 700 nuove domande di associazione, capaci di far salire il capitale sociale (quasi interamente versato) a 220.000 Lire e accantonarne altre 8.000 per le riserve. La crescita fu costante e dopo i primi cinque anni di attività si raggiunsero risultati eccelsi: 2.500 soci possedevano 29.706 azioni e il capitale versato era salito a 1.500.000 di Lire.


L’importanza dell’anima popolare

I grandi risultati raggiunti non avevano fatto altro che attirare i capitali dell’alta borghesia milanese, aumentando di fatto il distacco della minoranza operaia all’interno dell’azionariato. Il legame con le fasce più deboli dell’economia cittadina fu, fin dall’inizio, uno dei capisaldi dell’attività della Banca Popolare. Si capì subito che la classe operaia non era abituata al credito: lo evitava temendo di indebitarsi o ne abusava servendosi male di questa possibilità. Fu così imposto un limite al voto capitario (sancito dall’art. 11 dell’allora statuto, oggi diventato art. 13) utile a costituire una buona garanzia per i soci meno abbienti.


Il credito agricolo

Le difficoltà riscontrate dall’attività agricola erano ben note al fondatore Luzzatti, che fu il primo a richiedere alla Banca Popolare uno sviluppo in questo senso. In seguito all’Unità d’Italia le campagne erano in una situazione tutt’altro che favorevole: la cronica difficoltà nel recuperare i capitali utili ad ammodernare le macchine agricole era accentuata dagli alti interessi applicati sui titoli di Stato che favorivano la fuga degli investimenti dalle campagne. Questo, unito alla rivoluzione industriale fecero precipitare le capacità economiche dei contadini, che dovevano spesso affidarsi all’usura per sostenere la propria attività. Solo il Monte frumentario veniva loro in aiuto.

La vicina Banca Popolare di Lodi fu il primo istituto ad accorgersi di questo settore e ad istituire nuove filiali vicine alle realtà contadine, fuori dalle mura cittadine. L’interesse di BPM però, era quello di non instaurare nuove agenzie ma di concentrare tutta l’attività sull’unica sede milanese, contando sulla centralità del capoluogo Lombardo per l’attrazione di capitali nazionali ed esteri. La vicina Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde aveva seguito una strategia più decentralizzante con la nascita di nuove filiali, restando però lontana dal credito agricolo privilegiando i mutui ipotecari e i titoli pubblici.

La Banca Popolare di Milano nella persona del suo fondatore, offrì la propria disponibilità per entrare nel settore del credito agricolo. L’amministrazione però e soprattutto il nuovo presidente, Lisiade Pedroni decisero di rinunciare all’apertura verso il settore primario, lasciando aperta la porta per la nascita di un nuovo istituto di credito specializzato: la Banca Agricola Milanese. Correva l’anno 1874 e venne fondata la banca con la quale BPM strinse fin da subito stretti accordi di collaborazione, che sfociarono poi nella completa acquisizione del 1997.


La definitiva consacrazione

Durante la lunga presidenza di Lisiade Pedroni la banca raggiunse la definitiva consacrazione a protagonista di grande successo tra gli istituti di credito popolari in particolare e commerciali in generale. Verso gli inizi del 1870 si ebbe un generale aumento della produzione, soprattutto nei grandi centri settentrionali, Milano su tutti. Il risveglio dell’economia accentuò la crescita bancaria che si trasformò in un vero e proprio boom con la nascita di nuovi e numerosi istituti di credito. In questo clima di fiducia la Popolare di Milano fece la parte del leone registrando nuovi record per la giovane azienda meneghina: i depositi in conto corrente passarono da 3 milioni del 1870 a 14 milioni del 1872 ponendo la banca al secondo posto nella capacità di raccolta di risparmio, dietro solo alla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. La Cariplo era in effetti leader del mercato con una raccolta di 214.438.000 Lire, un risultato raggiunto soprattutto grazie alla presenza delle diverse agenzie sul territorio, in contrapposizione con quanto scelto dalla Popolare che fino ad allora non aveva aperto altri sportelli oltre quello della sede cittadina.

La nuova forza di BPM le consentì di superare brillantemente la crisi del 1873 che costò cara a molti altri istituti bancari. Fu proprio per superare questa crisi che la banca istituì, così come già fatto proprio dalla Cariplo, i Libretti di risparmio al portatore, una nuova modalità di gestione del risparmio che consentiva alla banca di raggiungere anche i ceti meno agiati, che più erano diffidenti nei confronti dei conti correnti.


Le prime agenzie

Agli inizi del 1880 iniziò a maturare l’idea di aprire nuove filiali sul territorio comunale, così da poter essere più vicini ai piccoli operai e ai commercianti, che più facilmente avrebbero potuto raggiungere l’agenzia più vicina, senza dover distogliere troppo tempo dal proprio lavoro per raggiungere l’istituto centrale. L’avventura però non iniziò con i risultati sperati: le prime due agenzie sorsero nel 1881 all’interno dei quartieri di Porta Genova e Porta Ticinese, ma dopo soli due anni di attività, nel 1883 l’amministrazione decise di chiuderle.

Questa esperienza segnò in maniera indelebile il futuro di Banca Popolare di Milano: da quel momento in poi il Consiglio di amministrazione si rivelò sempre contrario all’apertura di nuove agenzie nella città. Si dovranno aspettare quasi trent’anni per vedere un’inversione di tendenza: solo nel 1909 la dirigenza prese in considerazione la possibilità di inaugurare nuove filiali. Sulla scia di altre grandi banche che avevano da tempo percorso questa strada, la Popolare scelse inizialmente di aprire un’agenzia fuori dal comune milanese: Sesto San Giovanni potreva essere uno snodo strategico, con i suoi 12.000 abitanti e i grandi stabilimenti industriali, la nuova succursale avrebbe potuto attirare interessanti capitali per la banca.
L’istituto, che in quel periodo era la più grande banca popolare italiana, aveva molta fiducia sulla strategia centralizzante che fino ad allora aveva riscosso così tanto successo e non vedeva di buon grado l’apertura di nuovi sportelli che in passato erano costati sfortunati investimenti. Solo nel 1911, sotto la presidenza di Francesco Mira (1911-19), l’istituto riuscì a promuovere la creazione di un’unica nuova agenzia: era il primo Agosto 1911 e la nuova agenzia di Porta Vittoria (Milano, via F.lli Bronzetti, angolo C.so XXII Marzo) diede inizio alla ramificazione delle attività creditizie della Banca Popolare di Milano. Questa nuova avventura si rivelò sin da subito molto promettente: già sul finire del 1913 la dirigenza poté annunciare l’apertura di oltre 400 nuovi conti e una rimanenza di 1,3 milioni di lire.


La grande guerra

La continua crescita e la costante espansione che fino ad allora avevano caratterizzato la vita di BPM furono per la prima volta messi seriamente in discussione da un evento tanto generale quanto catastrofico: la prima guerra mondiale. Era il 4 agosto 1914 e già da una settimana le principali piazze borsistiche avevano dato forti segni di nervosismo, registrando ingenti perdite e trascinando con sé anche le nazioni che inizialmente si erano dichiarate neutrali, come gli Stati Uniti e la stessa Italia.

L’introduzione della scontata moratoria, provocò un repentino quanto atteso calo dei depositi, che passarono in un solo mese, da 62 a 54 milioni di Lire nel settembre del 1914. Di lì a poco Milano si sarebbe trovata al centro di una frenetica produzione industriale, spinta dall’eccezionale domanda dello Stato che, per far fronte all’enorme sforzo bellico, necessitava di continui approvvigionamenti di mezzi ed armi oltre ad un’importante investimento per l’evoluzione tecnologica. La domanda aggregata poteva così restare su alti livelli, per lo più in una piazza come Milano dove la Banca Popolare godeva di grande fiducia nei confronti dei cittadini e dei principali investitori.
Il primo cinquantenario (1865-1915) non fu naturalmente festeggiato, ma nonostante l’ingresso in guerra dell’Italia, il totale dei depositi riprese la sua ascesa, arrivando a 80 milioni nel 1917 e a 90 milioni nel 1918.
L’ultimo anno di guerra portò una ventata di ottimismo all’economia italiana e la tanto attesa pace portò una nuova crescita per la Banca Popolare che vide salire i depositi a 108 milioni di Lire. La fine della guerra però provocò un aumento dell’inflazione causato dalla ripresa della circolazione del denaro. Questo, unito al debito pubblico, all’indebolimento della Lira nei confronti delle altre valute forti, al calo del potere d’acquisto e all’aumento del costo delle materie prime resero comunque difficile il periodo post bellico.

Nel contesto economico italiano ed occidentale, la Grande guerra fu l’occasione per l’emancipazione della donna e l’ingresso nel mondo del lavoro. La Banca Popolare di Milano aveva già intrapreso questa strada da qualche anno: nel febbraio del 1911 l’incremento del lavoro d’ufficio fu l’occasione per aprire le porte della professione bancaria al gentil sesso. Per la prima volta nella storia di BPM, il direttore dell’unica agenzia fu autorizzato ad assumere personale femminile.


BPM e il fascismo

Durante la Marcia su Roma e la conseguente ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista, a capo della Banca Popolare di Milano c’era Filippo Meda, al quale verrà poi intitolata la piazza nella quale sorge l’attuale sede meneghina della banca. Proprio a Meda si deve l’introduzione della quota di utile destinata ai dipendenti (pari al 10%), nelle modifiche apportate allo statuto il 6 febbraio del 1920. Filippo Meda era un personaggio di primo piano del movimento cattolico italiano e aveva già ricoperto cariche istituzionali nei precedenti governi; questi aspetti, uniti alle critiche avanzate dallo stesso Meda nei confronti della politica monetaria del partito fascista incrinarono definitivamente i rapporti tra la Banca Popolare e il governo del Duce. Si arrivò così alle dimissioni avanzate da Meda e rientrate solo dopo l’intervento del fondatore nonché presidente onorario Luigi Luzzatti.

Proprio in quei giorni però, il 29 marzo 1927 si spense a Roma il Deus ex machina di BPM: Luigi Luzzatti. La scomparsa del punto di riferimento dell’allora dirigenza favorì l’allineamento della banca con le direttive del partito fascista: Meda infatti si allontanò dall’amministrazione ed evitò di partecipare all’assemblea che elesse a nuovo presidente Giuseppe Borgomaneri. Altri esponenti vicini all’ideologia fascista salirono ai vertici della Banca Popolare, come il vice presidente Ulisse Gobbi e altri cinque consiglieri. L’ascesa fascista alla direzione di BPM fu completata con le dimissioni del direttore generale, Gerolamo Pirinoli (da sempre vicino a Meda) sostituito da Arnaldo Dini.


La crisi del ventinove

Dalla seconda metà degli anni venti la situazione economica italiana era entrata in una fase di stallo: diversi erano i motivi della stagnazione tra i quali l’introduzione della cosidetta quota 90 concorreva ad un generale calo della produzione e ad un preoccupante abbassamento dei salari. Sul finire di quel decennio, la crisi del 1929 che paralizzò l’economia Americana, trascinò con sé dapprima i paesi che avevano richiesto un aiuto economico da parte degli States, come Gran Bretagna, Austria e Germania, e poi coinvolse anche Francia e Italia. I primi anni trenta avevano portato sul baratro molte grandi industrie e con loro, tutti gli istituti di credito caratterizzati da ampie partecipazioni in queste aziende. Solo l’intervento dell’IRI, così come previsto dalle teorie Keynesiane, salvò le grandi banche come la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano e il Banco di Roma, mentre tutti gli altri piccoli istituti bancari perirono.

Le sedi centrali di Banca Popolare di Milano

  • Palazzo del Broletto (1866-1870)
  • Palazzo dei Giureconsulti in P.zza Mercanti (1870-1872)
  • Palazzo Corio-Casati in Via S.Paolo (1872-1931)
  • Palazzo in P.zza Meda (1931-oggi)

La Banca Popolare di Milano non aveva mai scelto la strada dell’investimento nelle grandi attività industriali e risentì quindi in maniera relativa della crisi. Ci fu comunque una riduzione dei depositi di 5 milioni (saliti a 10 milioni alla fine del ‘33) e per la prima volta, la banca si era trovata ad affrontare un problema di liquidità.
Nel milanese, oltre alla Popolare anche la Cariplo, la Banca Agricola Milanese, la Banca Cesare Ponti (oggi parte del Gruppo Carige), la Banca Bellinzaghi (acquisita nel 1983 dal Credem) riuscirono a salvarsi dal fallimento o dall’acquisizione da parte dello Stato.


La nuova sede della banca

È in questo periodo di crisi e di decelerazione che la Popolare di Milano ebbe la forza di portare avanti e concludere un progetto iniziato quasi 10 anni prima: la nuova sede cittadina della banca.
Gli studi per la nuova sede iniziarono già nel 1923 e furono affidati ad una commissione guidata dal consigliere Enrico Belloni e due anni dopo, i lavori di progettazione furono affidati all’architetto Giovanni Greppi. Per costruire la nuova sede della banca, sita in piazza Francesco Crispi (oggi piazza Filippo Meda) furono demoliti diversi palazzi, atto necessario per lasciare spazio ai 3.650 mq utili al salone centrale e agli uffici posti sopra di esso.

Lo stabile, che ancora oggi è la sede ufficiale e storica di Banca Popolare di Milano, nonché base dell’agenzia 0, fu concluso nel 1931 ed inaugurata l’8 dicembre dello stesso anno.


La seconda guerra mondiale

Prima della seconda guerra mondiale il regime fascista aveva imposto severi limiti sulla diffusione territoriale delle banche popolari, che avrebbero dovuto rimanere all’interno della provincia di fondazione, senza poter quindi aprire nuovi sportelli nelle province limitrofe. Sull’orlo del baratro della più grande guerra mai combattuta dall’umanità, BPM pagò, come tutte le aziende italiane dell’epoca, il suo prezzo nei confronti del conflitto. Già nel 1941 80 impiegati furono chiamati alle armi e si pensi che in quegli anni l’organico della banca non raggiungeva le 800 unità.
È in questo periodo che, nonostante tutto, ci sarà una proficua rivoluzione del personale bancario: 301 persone furono assunte durante la guerra, di cui il 43,5% di sesso femminile. Alcune di queste, il 28%, furono chiamate dalla banca per sostituire i mariti al fronte. È in questi anni che si allunga la durata del servizio bancario, i neo assunti del periodo bellico e post bellico saranno i futuri dirigenti e quadri che condurranno al meglio la banca durante il boom economico, portando l’istituto di credito meneghino ad essere uno dei maggiori protagonisti nel panorama prima settentrionale e poi nazionale.

Durante la guerra, i bombardamenti del 24 ottobre 1942 distrussero le agenzie di via Principe Umberto e del Macello. Già da qualche anno però la Banca Popolare si era adoperata per evitare la perdita di dati e soprattutto di valori durante il conflitto: dal 1939 i contenuti dei mezzi forti erano stati trasferiti in località più sicure ed erano stati presi provvedimenti in tal senso per il loro trasferimento. Dal 1940 una seconda contabilità era mantenuta e aggiornata in una provincia lontana e la sede centrale aveva subito delle ingenti opere di rafforzamento e protezione delle strutture che avrebbero dovuto assorbire pesanti vibrazioni dovute ai bombardamenti alleati.

Nel periodo bellico la scarsa diffusione delle banconote spinse la Popolare, come molti altri istituti di credito, a stampare su carta filigranata dei particolari assegni circolari da 50, 100 e 250 Lire. La crisi però, non riguardava solo l’insufficiente circolo del danaro, ma anche e soprattutto la fuga delle grandi industrie, la chiusura dei negozi e la sospensione della maggior parte delle attività commerciali. È in questo periodo di difficoltà che la banca acquisì il servizio di tesoreria per alcuni comuni ed enti della provincia di Milano e Varese, oltre alla gestione dei valori bollati iniziata nel 1940 assieme alla Cariplo. Servizio di tesoreria che ai giorni nostri continua in concomitanza con l’erede della Cassa di Risparmio: Banca Intesa, ora Intesa Sanpaolo.

Nonostante la crisi bellica, alla fine della seconda guerra mondiale la Banca Popolare di Milano poteva contare su 33 agenzie e 5 filiali, oltre 31.000 soci possedevano 1.360.000 azioni per un capitale di 68 miliardi di Lire. Delle 33 agenzie, ben 13 erano fuori dal comune di Milano: nella provincia si trovavano a Magenta, Vittuone, Magnano, Rho, Novate, Varedo, Meda, Macherio, Cusano Milanino e Sesto San Giovanni; nella provincia di Varese c’erano Cavaria, Cassano Magnago e Saronno. Il tessuto urbano era ormai profondamente cucito all’anima della Banca Popolare e più di un terzo dei cittadini milanesi era cliente della banca.


La prima acquisizione: la Banca Popolare di Roma

Dopo aspre lotte interne alla Popolare di Milano, l’istituto accolse un radicale cambiamento di rotta della politica di crescita dell’istituto: la banca infatti aprì molti sportelli (in contrapposizione con quanto fatto fino ad allora) e anzi iniziarono decise contestazioni nei confronti della Banca d’Italia che invece circoscriveva molto l’attitività delle banche locali. L’istituto allora godeva di un’ottima liquidità e vedeva di buon grado un’espansione all’esterno della provincia meneghina. Dopo Varese, molto appetibile veniva considerata la provincia pavese e per la prima volta, si tentò di aprire un nuovo sportello fuori dalla Lombardia, a Genova, per cercare di essere di supporto ai clienti milanesi che sfruttavano molto il porto ligure per i propri affari. La crescita interregionale di BPM però iniziò decisamente più a sud, nella capitale.

I grandi limiti imposti dalla Banca d’Italia alle mire espansionistiche delle banche locali dell’epoca, obbligarono l’istituto milanese a puntare su obiettivi differenti per accrescere il numero delle dipendenze. Da una parte, potevano essere stretti accordi con istituti di credito complementari, come la Banca Agricola Milanese, la Banca Briantea ed il Credito Industriale Sardo. Dall’altra parte si potevano acquisire istituti bancari minori, soprattutto se in difficoltà finanziaria.

La Banca Popolare di Roma era un istituto di credito sorto nella capitale nel 1945 ed era l’unica banca popolare ad operare nel comune romano. Era comunque una popolare anonima, la maggior parte del capitale infatti era nelle mani della società di assicurazioni INA, che aveva interesse nel trasformare la banca in una società per azioni. La forte opposizione dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari coinvolse BPM che intervenì acquisendo l’istituto capitolino, aprendo così un nuovo sportello Banca Popolare di Milano al di fuori della Lombardia, a Roma. Si riuscì così a salvare la difficile situazione dell’istituto popolare laziale, oltre a consentire a BPM di aumentare il proprio bacino d’utenza.


Il miracolo italiano

La Banca Popolare di Milano si presentò alle porte del boom economico nel migliore dei modi: a metà degli anni cinquanta ci fu il sorpasso delle agenzie dislocate al di fuori del Comune di Milano: 34 contro le 31 sul suolo meneghino. La grande crescita industriale del periodo che coinvolse soprattutto Milano e la Lombardia, portò la banca a raggiungere i 200.000 clienti, un risultato di tutto rispetto per l’epoca, il numero e l’allocazione delle agenzie. La grande crescita della raccolta (aumentata di 40 miliardi nel solo 1961) consentì alla Popolare di centrare una nuova politica espansionistica, con l’apertura di centri nel milanese (a Lorenteggio, Lambrate e in piazza Maciachini) e soprattutto al di fuori del comune, a Bresso, Arese, Bollate, Cologno Monzese, Pioltello, Corsico, Parabiago e Cislago


Gli accordi con altri istituti di credito

Dopo l’ottimo recupero dell’acquisita Banca Popolare di Roma, la Popolare di Milano capì che per evitare i limiti espansionistici imposti dalla Banca d’Italia le strade delle fusioni e degli accordi collaborativi con istituti di credito complementari potevano essere le uniche strade percorribili per ottenere una maggiore diffusione delle proprie dipendenze.
Sul finire degli anni cinquanta la Banca Popolare di Milano si vide costretta a realizzare, in tempi relativamente brevi, un salto dimensionale per evitare di rimanere incastrata tra due forze opposte ma ugualmente insidiose: la concorrenza della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, allora molto potente e le scalate industriali operate da grandi aziende milanesi del settore secondario su istituti di credito locali, quali la Banca Provinciale Lombarda e il Credito Commerciale, entrambe nelle mani della bergamasca Italcementi.


La Banca Agricola Milanese

Iniziò così un’operazione di acquisto delle azioni della Banca Agricola Milanese che obbligò l’azienda fondata nel 1874 a scendere a patti con la dirigenza della Popolare di Milano, onde evitare una completa acquisizione. Prevalentemente diffusa nella provincia meridionale di Milano, l’istituto agricolo poteva essere un grande partner per la Popolare (la quale aveva fino ad allora aperto filiali nei comuni del Nord Ovest) che affinò un accordo suddiviso in quattro punti:

  • Un unico centro meccanografico per entrambi gli istituti
  • La necessità di consultazione per l’apertura di nuovi sportelli
  • La costituzione di una centrale rischi univoca, alla quale accedere per la concessione di credito
  • Un unico centro per la formazione del personale


La Banca Briantea

La Popolare di Milano individuò nel piccolo istituto cooperativo denominato Banca Briantea, un altro possibile quanto valido alleato alle mire espansionistiche della dirigenza di BPM. La collocazione delle loro filiali, così come l’attività, erano considerate complementari alla Popolare di Milano e così, anche per la Banca Briantea, vennero estesi gli stessi accordi già previsti nel patto con l’Agricola Milanese. La Popolare di Milano ebbe fin da subito il controllo della maggioranza assoluta, una percentuale che oscillava tra il 60% e il 70%, senza mai sfociare in un completo assorbimento del piccolo istituto, operazione che verrà effettuata molti anni più tardi.


L’acquisizione della Mobiliare Milanese

Per raggiungere una completa fusione delle tre banche meneghine, la Popolare di Milano acquisì la Mobiliare MilaneseSocietà Per Azioni Mobiliare Milanese, in mano alla Spafid SpA, Società per Amministrazioni Fiduciarie, proprietà di Mediobanca della quale l’azienda di credito BPM ottenne l’intero capitale azionario di 600 milioni di lire. Previa autorizzazione della Banca d’Italia, la nuova società finanziaria deteneva il 26,5% dell’Agricola Milanese ed il 60% della Briantea. Nonostante le ottime presentazioni per il concludersi della fusione a tre, le resistenze interne della Popolare di Milano (le quali temevano di perdere lo status di cooperativa) e del patto di sindacato dell’Agricola Milanese, impedirono la fusione. Banca Popolare di Milano dovrà aspettare il 1986 per riuscire a prendere il controllo dell’istituto agricolo di via Mazzini, con la prima OPA ostile del mondo bancario italiano. Offerta pubblica di acquisto che portò al controllo e poi alla completa fusione nel 1997.


La Banca Popolare Cooperativa Vogherese

Gli anni settanta rappresentarono per la Popolare di Milano un decennio di tentativi, per lo più falliti, di fusioni ed incorporazioni per la crescita del numero delle dipendenze. Dopo aver partecipato con successo alla nascita di istituti quali Centrobanca, Mediocredito Lombardo, Finanziaria Regionale Lombarda e Banca Italease (nel cui capitale rientrerà solo nell’aprile 2005), la banca faticò ad acquisire nuove fette di mercato al di fuori della Lombardia. Dopo i tentativi bloccati da Banca d’Italia di approdare, tramite acquisizioni, in Emilia, in Toscana e nelle Marche e gli insuccessi delle offerte alla Banca Popolare di Codogno (finita nelle mani di Banca Popolare Commercio e Industria, oggi BPU Banca) e alla Banca Popolare di Napoli (acquisita dalla Banca di Credito Popolare di Torre del Greco), la crisi della Banca Popolare Cooperativa Vogherese consentì all’istituto milanese di avanzare un’offerta di fusione che accolse i favori del commissario straordinario dell’azienda pavese.


Le altre acquisizioni

Gli ultimi vent’anni del XX secolo hanno visto l’affermarsi della vocazione interregionale del neonato gruppo Bipiemme. Prima di mettere a segno nuove acquisizioni in Italia, l’istituto popolare si affaccia per la prima volta all’attività estera, con gli uffici di rappresentanza aperti a Londra, New York e Francoforte. In territorio nazionale si procede con le acquisizioni della Banca Popolare di Bologna e Ferrara (1988), Banca Popolare di Apricena (1989) e Banca 2000 SpA, ex Ina Banca Marino SpA (1998). Grande interesse viene dato al settore dell’investimento, con il controllo di Banca Akros.

La Banca Popolare di Milano ha provveduto poi ad ampliare il proprio ventaglio di offerte, stringendo accordi con altre importanti società del settore parabancario, con la creazione di Selma Bipiemme Leasing SpA (in collaborazione con Mediobanca), Bipiemme Ras Vita (con RAS, divenuta poi Bipiemme Vita e rivenduta nel 2006 per il 46% a Fondiaria Sai), Bipiemme Immobili e molte altre attività direttamente o indirettamente connesse con il mondo creditizio.

È in questi anni, e più precisamente il 17 maggio 1994 che la Banca Popolare di Milano, precedentemente quotata al mercato ristretto (oggi Expandi), accede alla contrattazione continua di Borsa Italiana.


Il terzo millennio

Gli anni 2000 si aprono con l’acquisizione di Banca di Legnano, ceduta il 25 giugno 2001 dall’allora Intesa BCI e portata in dote dalla Banca Commerciale Italiana durante la fusione del gruppo BCI con Intesa. La cessione riguardava il 55% del capitale, la maggioranza assoluta fu acquisita grazie ad un’OPA a 15,797 Euro per azioneMaggiori informazioni in merito sono reperibili sul documento reso disponibile dalla Consob sul proprio sito. Nel 2003 la Banca Popolare di Milano stringe un accordo di collaborazione e concambio di azioni con i francesi della Fondazione di Strasburgo del Crédit Mutuel, un accordo fortemente voluto dal presidente Mazzotta e che permette all’istituto meneghino di avere un importante partner quale il Crèdit Industriel et Commercial, banca parigina controllata dal gruppo Crédit Mutuel. In un’ottica di espansione nelle regioni nord orientali e soprattutto in Piemonte, il gruppo Bipiemme acquisisce la Cassa di Risparmio di Alessandria (2004) e nello stesso anno procede all’assunzione del 20% del capitale della Cassa di Risparmio di Asti.


Gli ultimi avvenimenti

Dopo i falliti accordi con Bipop (in mano a Capitalia) e Banca Popolare Italiana (ex Banca Popolare di Lodi, ormai unita al Banco Popolare di Verona e Novara), l’istituto milanese si ritrova, come mezzo secolo prima, a cercare partner e soluzioni per evitare di rimanere una facile preda per i grandi istituti europei, come la concittadina Unicredit, l’inglese Barclays o i già soci francesi del Crédit Mutuel. Attualmente la Banca Popolare di Milano è l’unico istituto popolare di grande respiro a non aver allacciato accordi con banche di medesime dimensioni.

Era stata diffusa la notizia di un bilaterale interessamento con la Banca Popolare dell’Emilia RomagnaLa stessa Banca Popolare di Milano aveva dato notizia delle trattative sul proprio sito, un istituto presente in 13 paesi europei (principalmente in Europa dell’Est) e forte in Italia con 13 banche controllate, 1.100 sportelli e 12.000 dipendenti.
La stampa aveva fatto circolare voci su possibili sviluppi futuri: un merger of equals, inteso come fusione con pari dignità per i due istituti, con una holding cooperativa a capo di due banche, scorporate e trasformate in SpA con grande autonomia. La sede legale doveva essere a Modena e quella operativa a Milano, con il Bipiemme Roberto Mazzotta come presidente, l’emilio-romagnolo Guido Leoni come amministratore delegato e Fabrizio Viola di BPM confermato direttore generale del nuovo gruppo. Sarebbe nata così una super popolare da 1.800 sportelli, 20.000 dipendenti e 10 miliardi di capitalizzazione ma il progetto è successivamente stato bocciato di misura dal Consiglio di Amministrazione della banca.


Banca Popolare di Milano e Piazza Affari

BPM è quotata alla Borsa di Milano ed è presente nell’indice S&P Mib, il paniere che racchiude le azioni delle 40 principali società. È l’ottava banca italiana per capitalizzazioneDati in miliardi di euro, aggiornati al 15 giugno 2007 e forniti da Borsa Italiana SpA. Le società in fase di aggregazione riportano i dati pro-forma, ottenuti sommando le capitalizzazioni delle società, con oltre 4 miliardi di euro:

  1. Unicredit-Capitalia: 92 [1][2]
  2. Intesa Sanpaolo-Banca CR Firenze 72,35 [3][4]
  3. Banco Popolare di Verona e Novara-Banca Popolare Italiana 15,93 [5][6]
  4. Mediobanca 13,83 [7]
  5. UBI Banca 13,36 [8]
  6. Monte dei Paschi di Siena 12,39 [9]
  7. Banca Popolare dell’Emilia Romagna 4,73 [10]
  8. Banca Popolare di Milano 4,50 [11]
  9. Banca Carige 4,32 [12]


I rating di BPM

Gli ultimi due bilanci sociali di Banca Popolare di Milano hanno visto un mantenimento degli indici di rating delle principali società di analisi finanziaria.

2004 2005
Debiti a breve termine Debiti a medio/lungo Debiti a breve termine Debiti a medio/lungo
Standard & Poor’s A-2 A- A-2 A-
Fitch Ratings F2 A- F2 A-
Moody’s P-1 A3 P-1 A3

Legenda:

  • Standard & Poor’s

    • A-2: buona capacità di pagamento alla scadenza.
    • A-: forte capacità del pagamento degli interessi e del capitale, ma la situazione economica può incidere sulle finanze.
  • Fitch Ratings
    • F2: buona capacità nel rispondere agli impegni finanziari.
    • A-: forte capacità per il pagamento degli impegni, con basso rischio di credito. Vulnerabile ai cambiamenti della situazione economica.
  • Moody’s
    • P-1: forte capacità di pagamento delle obbligazioni.
    • A3: obbligazioni di qualità medio alta. Capitale e interesse garantito ma scetticismo per il mantenimento futuro dello status.


Banca Popolare di Milano e la sua città: Milano

Banca Popolare di Milano ha fin dalla sua nascita avuto una grande attenzione nei confronti della città di Milano e dei suoi abitanti. L’evoluzione e la crescita del gruppo bancario meneghino ha sempre avuto come riferimento i propri clienti, per lo più residenti nel capoluogo lombardo e ancora oggi, la maggior parte degli impieghi, dei depositi e dei crediti concessi ai privati e alle imprese coinvolgono cittadini milanesi.

La città di Milano ha avuto un grande partner nella Popolare, non solo per gli aspetti direttamente collegati all’attività bancaria e all’accesso al credito: un’azienda di queste dimensioni offre alla città che la ospita dei livelli occupazionali, un indotto e quindi un prodotto interno lordo di tutto rispetto.


Il Grattacielo Galfa

A metà degli anni settanta la crescita del personale impiegato in sede e la necessità di godere di grandi spazi per i sempre più sviluppati centri servizi, richiesero alla Banca Popolare di Milano un nuovo centro capace di rispondere alle maggiori esigenze interne. Si decise così di distinguere la storica sede centrale, sita tutt’ora in Piazza Meda dalla nascente sede operativa: la prima avrebbe ospitato la direzione generale, gli uffici del personale e altre attività focali, la seconda sarebbe stato il centro nevralgico della banca: il centro assegni, la direzione informatica e la maggior parte dei servizi sarebbero stati spostati nella nuova sede operativa.

La banca acquistò così uno dei migliori segni distintivi del boom economico e del miracolo italiano: la Torre Galfa, un palazzo di 28 piani per 109 metri di altezza, il terzo grattacielo Milanese, il quarto della Lombardia, tredicesimo in Italia. Finito di erigere nel 1959 seguendo i disegni tecnici dell’architetto Melchiorre Bega, il palazzo deve il suo nome all’incrocio delle vie dove sorge: via Galvani e via Fara.

Per quasi trent’anni i suoi 2.687 metri quadrati sono stati il cuore pulsante della Banca Popolare di Milano, un centro di sviluppo ma anche un simbolo della presenza della banca nella sua città natale. Il grattacielo è stato poi venduto nel 2006 per 25 milioni di euroInformazioni sulla vendita sono disponibili sui risultati del primo quadrimestre della Banca ed è stato così sostituito dal nuovo Centro Servizi di via Bezzi.


Il Centro Servizi di via Bezzi

La Banca Popolare di Milano era da tempo alla ricerca di un’area, all’interno del comune di Milano, capace di ospitare la nuova sede operativa. Nel 1995 fu scelta l’ex base industriale di Farmitalia, un’area ormai dismessa che, una volta ristrutturata ed ampliata, avrebbe potuto ospitare gran parte degli uffici centrali della banca.

L’area si trova tra via Bezzi (snodo cruciale posto sulla circonvallazione esterna), via Massaua, via Fornari e via Marostica, quasi 5 ettari di terreno posto in un quartiere semi centrale di Milano.

Nel 1996, Bipiemme Immobili (azienda del gruppo) incaricò la società di progettazione General Planning di iniziare i lavori di risanamento e riqualificazione degli edifici già esistenti, senza apporre sostanziali modifiche al progetto originale. L’anno seguente il comune di Milano autorizzò Bipiemme Immobili alla ristrutturazione dell’area industriale e quattro anni dopo, nel 2001 la Banca Popolare di Milano poté iniziare ad usufruire del Centro Servizi: una struttura composta da tre edifici principali e uno di ingresso per un totale di 33.514 metri quadrati. Le capacità della struttura vennero poi raddoppiate negli anni seguenti e nel 2006 sono stati inaugurati quattro nuovi edifici. Le prime strutture vengono così rinominate Bezzi 1 e le nuove costruzioni Bezzi 2.

Se per Bezzi 1 fu sufficiente la concessione del Comune a riqualificare l’area industriale di Farmitalia, per Bezzi 2 fu necessario ottenere una nuova concessione, che permettesse l’edificazione di nuove strutture.
Banca Popolare di Milano scelse la strada della Concessione convenzionata, una modalità di accesso agevolata alle necessarie autorizzazioni che consentisse la costruzione dei nuovi edifici in cambio della realizzazione (e del conseguente mantenimento) di un parco di circa dieci mila metri quadrati gratuitamente disponibile ai cittadini milanesi.

La zona, grazie all’apporto di BPM ha ricevuto nuova linfa vitale, che, come ha riportato lo stesso Presidente Mazzotta:


I numeri di “Bezzi”

L’area utilizzata dalla Banca Popolare di Milano per il proprio Centro Servizi copre 36.992 metri quadrati, oltre a 9.159 mq dedicati al parco pubblico mantenuto dalla banca. Gli edifici si svluppano su una superficie complessiva di 65.245 mq e i dipendenti possono usufruire di 800 posti auto e 200 per i motocicli per un totale di 25.562 mq dedicati all’autorimessa sotterranea. I dipendenti, in servizio o pensionati, hanno inoltre accesso alla mensa, capace di servire 480 persone. La struttura ospita inoltre un auditorium per conferenze ed assemblee interne di 450 posti.


Le agenzie cittadine

Banca Popolare di Milano può contare su un’importante presenza all’interno del comune di Milano, grazie alle 121 agenzie del gruppo Bipiemme sparse per la cittàConsiderando le agenzie retail di Banca Popolare di Milano e Banca di Legnano, le filiali corporate e i centri private. Dati ufficiali forniti da Informadove.it in collaborazione con BPM. Basti pensare che nel comune meneghino ci sono più agenzie Bipiemme che uffici postali (111Fonte: www.posteitaliane.it, dato aggiornato al 1 aprile 2007).

  • Banca Intesa: 171 filiali nel comune di MilanoDati non aggiornati dopo la fusione con Sanpaolo IMI, non sono ancora state cedute le agenzie previste dall’Antitrust
  • Banca Popolare di Milano: 121 (di cui 4 Banca di Legnano)
  • Unicredit Banca: 77
  • Sanpaolo IMI: 61
  • Banche Popolari Unite: 61 (di cui 42 Banca Popolare Commercio e Industria, 18 Banca Popolare di Bergamo e 1 Banca Centrale di credito popolare Centrobanca)
  • Capitalia: 53 (di cui 35 Banca di Roma, 10 Banco di Sicilia, 8 Bipop Carire)
  • Banca Popolare di Sondrio: 29
  • Monte dei Paschi di Siena: 27
  • Banco Popolare di Verona e Novara: 23 (di cui 13 Banca Popolare di Novara e 5 Credito Bergamasco)
  • Banca Popolare Italiana: 18 (di cui 3 Banca Popolare di Crema e 2 Banca Popolare di Cremona)


Il gruppo Bipiemme

Banca Popolare di Milano (o BPM) è la capogruppo del gruppo Bipiemme, un insieme di società capaci di occupare i principali comparti della finanza italiana.


Società del gruppo

  • Banca Akros SpA

    • Akros HFR Alternative Investiments SGR SpA
    • Akros Securities Inc. U.S.A.
  • Banca di Legnano SpA
  • Bipiemme Gestioni SGR SpA
  • Bipiemme Immobili SpA
  • Bipiemme Private Banking SIM SpA
  • Bipiemme Vita SpA
    • Ultramedia srl
  • BPM Capital llc - Usa
  • BPM Ireland Plc
    • BPM Fund Management ltd (Dublino)
  • BPM Luxembourg SpA Lussemburgo
  • Cassa di Risparmio di Alessandria SpA
  • Ge.Se.So. srl
  • We@service SpA
  • Tirving ltd Dublino


Schema del gruppo e proprietà

Dati aggiornati al 2006


I comparti dell’intermediazione finanziaria

Così come fornito dal bilancio sociale di Bipiemme del 2005, si riporta nella tabella seguente i vari settori di presenza delle società del gruppo:

Retail banking

Investment banking

Corporate banking

Wealth management

Banca Popolare di Milano Scarl

Bipiemme Gestioni SGR Spa

Banca di Legnano Spa

 

 

Bipiemme Vita Spa

Cassa di Risparmio di Alessandria Spa

 

 

BPM Fund Management Ltd.

Banca Akros Spa

 

Akros Alternative Inv. SGR Spa

We@Service Spa

Akros Securities Inc.

 

 

Bipiemme Private Banking SIM Spa

Bipiemme Ireland Plc.

 

 

 

Tirving Ltd.

 

 


Società partecipate

Il Gruppo Bipiemme può vantare numerose partecipazioni in aziende di primo livello in differenti settori. Di seguito le partecipazioni di minoranza superiori al 2% (e quindi pubbliche per il volere della Consob) del gruppo, aggiornati al 31 dicembre 2005:

  • Aedes BPM Real Estate SGR SpA (39%)
  • SelmaBipiemme Leasing SpA (38,35%)
  • Etica SRG SpA (27,5%)
  • Cassa di Risparmio di Asti SpA (20% tramite Banca di Legnano SpA)
  • NordEst Banca SpA (20%)
  • Wise Venture SGR SpA (20%)
  • Multimedica Holding SpA (15%)
  • Dexia Crediop SpA (10%)
  • Genextra SpA (4,55%)
  • Istituto Europeo di Oncologia (I.E.O.) Srl (3,53%)
  • Banca Italease SpA (2,08%)


Dipendenti

Nella tabella che segue i dipendenti del gruppo Bipiemme suddivisi per qualifica professionale e per società di appartenenza:

 

Dirigenti

Quadri direttivi

Restante personale

Totale

Banca Popolare di Milano

108

2.346

3.947

6.401

Banca di Legnano

15

305

470

790

Cassa di Risparmio di Alessandria

7

162

411

580

Banca Akros

25

109

107

241

Bipiemme Gestioni SGR

10

42

58

110

Bipiemme Vita

6

8

12

26

We@Service

4

31

41

76

Bipiemme Private Banking SIM

4

41

9

54

BPM Ireland

1

1

6

8

Bipiemme Immobili

1

2

5

8

Altre società

1

7

76

84

Totale

182

3.054

5.142

8.378


Galleria fotografica


Articoli


Note


Bibliografia

  • Marzio Achille Romani. La banca dei milanesi, storia della Banca Popolare di Milano. Bologna, Editori Laterza, 2005.
  • Autori vari. Documento informativo. Fusione per incorporazione della Banca Agricola Milanese SpA e della Banca Briantea SpA nella Banca Popolare di Milano Scarl. Milano, Servizio Relazioni Esterne BPM, 1997.
  • Silvia Lolli Gallowsky. Banca Popolare di Milano e la sua città, il nuovo Centro Servizi BPM. Bergamo, Bolis Edizioni, 2006.
  • Autori vari. Bilancio sociale del gruppo Bipiemme 2004. Milano, Servizio Affari Generali della Banca Popolare di Milano, 2005.
  • Autori vari. Bilancio sociale del gruppo Bipiemme 2005. Milano, Servizio Affari Generali della Banca Popolare di Milano, 2006.


Voci correlate

  • Banca
  • Banca popolare
  • Società cooperativa
  • S&P Mib
  • Milano


Collegamenti esterni

  • Banca Popolare di Milano
  • We@Bank

Colonnellato

Il colonnellato è un titolo, carica, impiego o comando corrispondente al grado di colonnello.

In altri tempi sino a Federico II e alla Rivoluzione francese veniva comprato presso i sovrani mediante il pagamento di una somma. Il sovrano rilasciava un brevetto di colonnello che portava con sé la proprietà di un reggimento.

Presso gli antichi eserciti piemontesi la voce colonnellato servì ad indicare l’unità affidata al comando di un colonnello con carattere prevalentemente territoriale. Infatti intorno al 1560 le milizie paesane di fanteria erano ripartite in quattro colonnellati, e più precisamente Ivrea, Asti, Piemonte, Nizza, comprendenti ognuno sei compagnie.

Verso il 1567 i colonnellati erano otto comprendenti complessivamente 53 compagnie.

Il colonnellato cessò di esistere nel 1713, con la trasformazione delle Milizie paesane in truppe di ordinanza e si ebbe il reggimento.

La Repubblica di Genova creò quattro colonnellati nel 1646, comprendenti gli uomini scelti nei comuni di Bisagno, della Polcevera di Quarto di Sestri, divisi in compagnie, armati di moschetti e di picche.


Bibliografia

  • Stato Maggiore Esercito. Ufficio Storico. Niccola Marselli. La guerra e la sua storia. 1986, Roma, pp.105-108, pp.128-138;
  • Stato Maggiore Esercito. Ufficio Storico. Ezio Cecchini. Le istituzioni militari. 1986, Roma, pp. 47-62.;
  • Ordinanze ed esercicj militari fatti per ordine di Sua Altezza Eminentissima. 1776, Malta, Stamperia del Palazzo di S.A.S.;

William McGregor Paxton

Fu un pittore dell’impressionismo americano.

Nato a Baltimora, si trasferì a Boston negli anni ‘70 insieme alla famiglia, dove vinse una borsa di studio per la Cowles Art School: durante il periodo della sua istruzione, dopo aver incontrato Dennis Bunker in patria, studiò con Jean-Léon Gérôme a Parigi e con Joseph DeCamp a Cowles, vicino a Boston, presso cui conobbe anche la sua futura moglie Elizabeth Okie.

Paxton, noto per la sua ritrattistica, insegnò alla Museum School dal 1906 al 1913, insieme a Edmund Tarbell e Frank Benson, con cui costituì la cosiddetta scuola di Boston.

Morì d’attacco cardiaco durante la realizzazione di un ritratto di sua moglie.


Collegamenti esterni

  • William McGregor Paxton su Artcyclopedia

Madonna con il Bambino e sei angeli

Madonna con il Bambino e sei angeli è il titolo due dipinti:

  • Madonna con il Bambino e sei angeli di Sandro Botticelli, più noto come Madonna della melagrana
  • Madonna con il Bambino e sei angeli di Duccio di Buoninsegna

Nut (alpinismo)

I nuts (o dadi) sono blocchetti di metallo di varie forme e dimensioni, che vengono utilizzati come mezzi di assicurazione e/o progressione durante l’ascensione di una parete di roccia.

Rispetto ai chiodi, sono di utilizzo più rapido e vengono rimossi più facilmente dal secondo di cordata; non richiedono l’uso del martello in quanto vengono semplicemente incastrati in fessure/buchi.

I nuts furono introdotti dagli alpinisti americani negli anni sessanta che li utilizzavano nelle fessure regolari del granito delle Montagne Rocciose. Infatti l’ utilizzo ottimale dei nuts sono appunto le fessure profonde e regolari. Devono il loro nome di dadi alle prime forme artigianali realizzate per l’appunto passando un cordino all’interno dei dadi normalmente utilizzati per bloccare le traversine dei binari ferroviari.

Amstel Gold Race 1986

21° edizione della Amstel Gold Race (26 aprile 1986): Heerlen - Meerssen, 242 km.

Partiti 154, arrivati 51.

  1. Steven Rooks (Olanda) 6h08′12″
  2. Joop Zoetemelk (Olanda) s.t.
  3. Ronny van Holen (Belgio) 37″
  4. Joey McLoughlin (Gran Bretagna) s.t.
  5. Teun van Vliet (Olanda) s.t.
  6. Adrie van der Poel (Olanda) s.t.
  7. Francesco Moser (Italia) s.t.
  8. Marc Sergeant (Belgio) s.t.
  9. Claude Criquielion (Belgio) s.t.
  10. Nico Emonds (Belgio) s.t.
  • Edizione precedente: Amstel Gold Race 1985
  • Edizione successiva: Amstel Gold Race 1987

Velocità autovettura

La velocità di un’autovettura è calcolata, come per qualsiasi oggetto in movimento, effettuando il rapporto tra lo spazio percorso ed il tempo impiegato.

Se si ha la necessità di comparare la velocità di un’autovettura con quella di altri mezzi di trasporto, ad esempio per la pianificazione dei trasporti urbani, può risultare utile prendere in considerazione, per la misurazione dello spazio e del tempo, anche elementi che normalmente vengono esclusi dal computo.

Alcuni autori, infatti, distinguono:

  • la velocità tecnica, corrispondente alla velocità per cui l’autovettura è stata progettata;
  • la velocità di circolazione, corrispondente alla velocità effettivamente ottenuta nel traffico urbano (per il calcolo di questa si deve considerare anche il tempo passato al volante per, ad esempio, cercare un posto dove parcheggiare);
  • la velocità porta-a-porta, calcolata tenendo in considerazione anche il tempo necessario a recarsi a piedi dal luogo di partenza al luogo in cui l’autovettura è parcheggiata, e poi dal luogo in cui si parcheggia alla destinazione effettiva (questo permette un confronto migliore con altri mezzi di trasporto, quali ad esempio la bicicletta, che solitamente possono essere parcheggiati nei pressi della destinazione);
  • la velocità porta-a-porta a volo d’uccello, calcolata considerando come spazio la distanza in linea d’aria fra il luogo di partenza e il luogo di destinazione (al fine di non far apparire come guadagno di velocità la necessità di allungare il percorso, ad esempio prendendo una circonvallazione);
  • la velocità generalizzata, che prende in considerazione, per il calcolo del tempo, anche il tempo necessario a guadagnare il denaro necessario a pagare i costi fissi (acquisto dell’autovettura, assicurazione, tassa di possesso) e variabili (manutenzione ordinaria, carburante, ecc.) dell’autovettura.


Bibliografia

  • Jean Robert, Tempo rubato, Red Edizioni, Como 1992


Collegamenti esterni

  • Vitesse Voce “Vitesse” dell’”Encyclop&eacute de l’Agora” (francese)
  • Realspeed Calcolo interattivo della velocità reale della propria autovettura

Fondiaria Sai

Fondiaria SAI S.p.A. è un gruppo assicurativo italiano, composto da oltre 100 aziende tra controllate e collegate.

Fondiaria SAI si colloca al terzo posto fra le compagnie d’assicurazioni italiane, dopo Generali e RAS.

Contents


Storia

Fondiaria SAI è nata nel dicembre 2002, dopo che la SAI S.p.A. ha acquistato “La Fondiaria” S.p.A., e la successiva fusione.


Principali aziende del gruppo


Assicurativo

  • Fondiaria Sai
  • Milano Assicurazioni, con le divisioni Nuova Maa, La Previdente, e Italia, (partecipazione 60,36%)
  • Dialogo - compagnia di assicurazione diretta
  • Liguria Assicurazioni, e Liguria Vita
  • Sasa Assicurazioni Riassicurazioni, e Sasa Vita
  • SIAT (partecipazione 87,82%)
  • Europa Tutela Giudiziaria
  • Pronto Assistance


Bancassicurazione

  • EffeVita
  • Novara Vita (partecipazione 50%)
  • Po Vita (partecipazione 50%)
  • Bipiemme Vita (partecipazione 51%)
  • BIM Vita (partecipazione 50%)
  • Fondiprev
  • Capitalia Assicurazioni (partecipazione 51%)
  • Novara Assicura
  • Systema Assicurazioni


Bancario

  • BancaSai
  • Sai Mercati Mobiliari Sim
  • Sai Asset Management Sgr
  • Sai Investimenti Sgr (partecipazione 80%)


Immobiliare, agricolo, servizi

  • Immobiliare Lombarda (partecipazione 59,53%)
  • Saiagricola
  • Pronto Assistance Servizi, SCAI (Società di Consulenza Aziendale per l’Informatica), Starvox


Sanità privata

  • Villa Donatello
  • Casa di Cura Villanova


Collegamenti esterni

  • Sito ufficiale
  • Preventivazione e consulenza online

Afrikaner

Il termine afrikaner si riferisce ai membri della popolazione dell’Africa meridionale (soprattutto Sudafrica e Namibia) di pelle bianca, estrazione calvinista ugonotta olandese, tedesca o belga e che parlano l’afrikaans, una lingua derivata principalmente dall’olandese del XVII e XVIII secolo, che oggi integra prestiti dai linguaggi africani e dalla lingua inglese.

Il termine afrikaner comprende diverse comunità di bianchi di lingua afrikaans. Il suo primo utilizzo risale al 1707 ma non venne usato ampiamente fino a dopo la guerra Anglo-Boera agli inizi del XX secolo. Prima di allora le varie comunità bianche di lingua afrikaans erano conosciute come boeri, trek-boers, Olandesi del Capo (quelli che vivevano nella zona della Penisola del Capo) o voortrekkers. Si pensa che il termine Afrikaner sia stato usato per distinguere, all’interno della popolazione bianca, quelli di lingua afrikaans da quelli di lingua inglese.

Contents


Storia


Origini

Gli Afrikaner (ampiamente noti fino al XX secolo come boeri, dall’olandese boer, “contadino”) discendono principalmente dai coloni calvinisti bianchi che occuparono il Capo di Buona Speranza durante il periodo di amministrazione (1652-1795) della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (Vereenigde Oostindische Compagnie o VOC) e nel susseguente periodo di amministrazione britannica.

La Colonia del Capo, che nacque come stazione di rifornimento per la VOC, fu fondata dagli olandesi nel 1652. Nel 1688 il numero dei coloni aumentò per l’arrivo di un piccolo gruppo di Ugonotti francesi. Le file degli afrikaner vennero inoltre ingrossate da nuovi coloni provenienti da altre regioni d’europa come la Scandinavia e le isole britanniche. Si calcola inoltre che il 5-7% dei primi coloni fossero di origine non europea.


Great Trek

Negli anni 1830 e 1840 una stima di 12.000 pionieri Boeri (Voortrekker) penetrò nei territori del futuro Natal, nelle province del Transvaal e dello Stato Libero di Orange, allo scopo di mettersi fuori dalla portata dell’autorità britannica, per sfuggire alle implacabili guerre di confine, al colonialismo britannico e alle sue politiche di anglicizzazione, e per allentare la pressione su una frontiera sovraffollata, nella quale la terra stava diventando scarsa. Mentre alcuni storici sostengono che questa serie di migrazioni, in seguito note come Great Trek, venne causata perché i Boeri non furono d’accordo con le restrizioni britanniche sulla schiavitù, è un dato di fatto che molti di questi “Boeri-marcianti” (coltivatori migranti, semi-nomadi) non possedevano schiavi, contrariamente ai loro più ricchi cugini della parte occidentale del Capo, che non emigrarono né presero parte al Great Trek. La vasta maggioranza dei Voortrekkers erano “Boeri-marcianti” provenienti dalla parte orientale del Capo, che erano impegnati nella pastorizia. Cionondimeno, la promulgazione britannica dell’Ordinanza 50, nel 1828, che garantiva pari diritti davanti alla legge per tutte le “persone libere di colore”, fu un fattore del malcontento Boero, come è ben documentato in numerose fonti contemporanee; le varie repubbliche dalla vita breve fondate dai Voortrekkers avrebbero tutte racchiuso la disuguaglianza razziale nelle loro costituzioni.

Il Great Trek fu principalmente il risultato del “cedimento della diga” formata dalla repressione delle migrazioni di popolazione e dalle pressioni sulla popolazione, quando la migrazione ad est dei “Boeri-marcianti” giunse a una fermata virtuale per almeno tre decenni. Anche se alcuni “Boeri-marcianti” si spinsero oltre il fiume Orange in periodi precedenti. Durante il cosiddetto Great Trek essi combatterono contro gli Zulu (dopo che i capi dei Voortrekker, Piet Retief e Gerhard Maritz, assieme a quasi metà dei loro seguaci vennero uccisi da Dingaan e dai suoi guerrieri dopo che questi avevano inizialmente firmato con loro un trattato territoriale), che all’epoca occupavano le stesse aree in cui erano entrati i Boeri.


Guerre boere

I Boeri stabilirono stati indipendenti in quello che oggi è il Sudafrica: il Natalia/Transvaal (la Repubblica Sudafricana) e lo Stato Libero di Orange. Il desiderio inglese di estendere il loro impero coloniale nelle aree Boere portò a due Guerre Boere nel 1880-1881 e nel 1899-1902, che finirono con l’inclusione delle aree Boere nelle colonie britanniche. A seguito dell’annessione britannica delle Repubbliche Boere, la creazione dell’Unione del Sud Africa, nel 1910, andò in qualche modo nella direzione della sfumatura delle differenze tra coloni britannici e Afrikaner. La maggioranza nera, comunque, venne esclusa dalla pari partecipazione negli affari della nazione fino al 1994 a causa della politica di apartheid (il termine in lingua afrikaans che significa “segregazione”) attuata della dirigenza politica sudafricana.


Il nazionalismo e l’apartheid

Nel XX secolo, l’attrito politico e culturale fra gli afrikaner e i sudafricani di origine inglese si andò inasprendo. Durante la seconda guerra mondiale, molti gruppi politici afrikaner si opposero in modo netto all’intervento sudafricano a fianco degli Alleati, spesso esprimendo in modo piuttosto esplicito la loro simpatia per il nazionalsocialismo hitleriano. Sebbene queste posizioni non riuscissero a diventare predominanti e influenzare il ruolo del Sudafrica nel conflitto, esse emersero in modo netto del secondo dopoguerra, in cui la scena politica sudafricana venne a essere dominata dai nazionalisti del National Party. Furono i governi di questo partito a instaurare il regime segregazionista noto come apartheid. Dopo la caduta del regime negli anni ‘90, e l’estensione del voto ai neri sudafricani, il peso politico degli afrikaner fu notevolmente ridimensionato, così come il consenso degli stessi afrikaner verso i partiti che li avevano rappresentati nella seconda metà del secolo (molti dei quali presero nettamente posizione contro le violazioni dei diritti umani perpetrate dal National Party e rivelate dalla Truth and Reconciliation Commission voluta dal primo governo Mandela).


Lingua

L’afrikaans, lingua parlata dagli afrikaaner, si è col tempo distinta dal neerlandese parlato dai primi coloni. Dalla fine del XVII secolo la lingua usata alla colonia del capo sviluppò differenze nella pronuncia e nell’accento e anche, sia pur in misura minore, nella sintassi e nel vocabolario, benché le due lingue siano ancora abbastanza simili da essere mutualmente comprensibili.
I coloni di lingua francese e tedesca si adattarono presto all’utilizzo del neerlandese prima e dell’afrikaans in seguito. Mentre il neerlandese rimase la lingua officiale il nuovo dialetto, spesso detto “kaap nederlands” (olandese del Capo) si sviluppò come lingua separata nel XIX secolo. Nel 1925 l’afrikaans ha sostituito il neerlandese originale come lingua ufficiale della Repubblica del Sudafrica.


Voci correlate

  • Afrikanerdom
  • Calvinismo Afrikaner
  • Cultura del Sud Africa
  • Storia del Sudafrica
  • Storia del Capo di Buona Speranza

Franchigia

In campo assicurativo per franchigia si intende quella parte di danno che resta a carico dell’assicurato. Può essere espressa in importo fisso o in percentuale sulla somma assicurata. È quindi un importo che si può conoscere prima dell’evento dannoso, a differenza dello scoperto, la cui entità è nota solo dopo aver quantificato il danno.

Contents


L’opinione tradizionale

Anche se ormai si parla fungibilmente di “franchigia” o “scoperto”, in realtà l’opinione tradizionale, che per la sua chiarezza appare ancora preferibile, individua nella franchigia un valore frazionario (esempio: 10%), calcolato in relazione al premio ovvero in relazione al danno stimato, naturalmente a seconda delle condizioni di polizza; laddove - tecnicamente - sarebbe corretto parlare di “scoperto” soltanto quando si tratti di importo predeterminato in un valore pecuniario assoluto (esempio: cento Euro).


Franchigia assoluta e relativa

Talora nelle polizze si parla di franchigia relativa, nel senso che non si dà luogo ad indennizzo al di sotto di un certo valore, ma - se esso risulta superato - l’indennizzo è pieno.

Al contrario, si parla di franchigia assoluta quando la polizza preveda che in ogni caso l’importo di franchigia sia escluso dalla prestazione assicurativa, quando dovuta (fermo restando, ovviamente, che l’assicuratore non paga alcunché quando il danno stimato è inferiore alla franchigia, ed in tale ipotesi è indifferente che essa sia “assoluta” o “relativa”).


La particolare disciplina in tema di r.c.a.

È interessante notare che - per effetto dell’art. 18 della legge n. 990 del 1969 (istitutiva dell’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli a motore), in nessun caso la franchigia (o qualunque altra limitazione derivante da contratto) può essere opposta al danneggiato, che - in omaggio al regime di azione diretta (il danneggiato può chiamare in giudizio la compagnia di assicurazione direttamente) - avrà diritto ad ottenere il totale risarcimento (se è esente da responsabilità, s’intende), e i rapporti contrattuali tra compagnia ed assicurato verranno regolati in un momento successivo.


Etimologia e altri significati

La parola deriva dal francese antico franchise, libero. Con questo significato (concessione di libertà) viene utilizzata nell’italiano letterario.

In tempi più recenti, ha indicato l’esenzione legale da un pagamento e il permesso, concesso ai marinai di una nave in porto, di scendere a terra.

Venture capital

Il venture capital è l’apporto di capitale di rischio da parte di un investitore per finanziare l’avvio o la crescita di un’attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo.
Spesso lo stesso nome è dato ai fondi creati appositamente, mentre i soggetti che effettuano queste operazioni sono detti venture capitalist.

Nella maggioranza dei casi, fondi necessari sono erogati da limited partnership o holding in aziende che per natura della attività e stadio di sviluppo non risultano finanziabili dai tradizionali intermediari finanziari (come ad esempio le banche). Il venture capital è una categoria del settore del private equity, che raggruppa tutte le categorie di investimenti in società non quotate su un mercato regolamentato.

L’investimento di venture capital si caratterizza per i seguenti elementi:

  • fase di sviluppo: investe in idee imprenditoriali particolarmente promettenti (seed financing) e società in start up nelle prime fasi di vita (venture financing) fin dalle fasi pre revenue, ovvero senza che siano ancora stati approntati i prodotti/servizi da vendere e quindi nella fase di investimento in prodotto
  • ambiti tecnologici: investimenti in aree ad alto contenuto di innovazione
  • rischio: le società in cui i fondi di venture capital investono sono caratterizzate dalla contemporanea presenza di un elevato rischio operativo, ovvero non à ancora chiaro se la società avrà un mercato per i propri prodotti, e rischio finanziario, per cui l’investitore non sa se avrà modo di recuperare il capitale investito.

Un fondo di venture capital è disposto a sopportare il rischio a fronte di un rendimento futuro atteso altrettanto elevato. Storicamente il tasso di rendimento dei fondi di Venture Capital è stato del 27% nel periodo 1980-2004, ma con un addossamento dei ritorni maggiori intorno a tre picchi: 1978-1980 (picco dei software), fine anni ottanta (picco delle biotecnologie), fine anni novanta-inizio anni duemila (avvento ITC e internet). Statisticamente i picchi di rendimento delle venture hanno anticipato di circa un anno il picco delle bolle speculative del mercato.

Molte società legate all’information technology sono nate grazie ad operazioni di venture capital come ad esempio Google o per l’Italia Tiscali. Durante il ciclo di sviluppo borsistico degli anni 2000 la maggior parte del denaro che inizialmente venne fornito alle cosiddette società dot com derivava proprio da operazioni di venture capital.

All’interno dell’Unione Europea, per operare una venture capital si necessita di un capitale sociale non inferiore a 2 milioni di euro indicizzato in società per azioni o in accomandita per azioni.
Si effettua richiesta presso la Banca d’Italia e dopo l’autorizzazione si è soggetti al controllo della Consob, della commissione di Borsa Italiana e dell’antitrust sia italiano che comunitario.

Colui che riceve sostegno economico ed organizzativo deve aprioristicamente periziare l’opera di sua proprietà patrimoniale, attivare fidejussioni creditizie presso banche d’affari e\o commerciali e fidejussioni assicurative presso compagnie di assicurazioni danni e creditizie.

La maggior parte degli operatori venture italiani, dopo il boom di fine millennio, hanno cessato l’attività, riqualificandosi come fondi d’investimento, spesso speculativi (hedge fund).


Voci correlate

  • Private equity
  • Venture capital

Ferrovie della Repubblica Slovacca

Železnice Slovenskej republiky (Ferrovie della Repubblica slovacca), abbreviato con ŽSR, è l’operatore statale che gestisce le infrastrutture ferroviarie in Slovacchia.

La società fu fondata nel 1993 come successore delle Ferrovie dello Stato cecoslovacche nel territorio slovacco; in Repubblica Ceca furono parimenti create le Ferrovie ceche. Fino al 1996 ebbe il monopolio formale e da allora il monopolio de-facto sul trasporto ferroviario nella nazione.

Dal 2002 una legge ha diviso la compagnia: a ŽSR fu lasciata la gestione delle infrastrutture e il trasporto delle merci fu assegnato alla società “Železničná spoločnosť, a. s.” (ZSSK). Nel 2005 questa nuova compagnia fu ulteriormente divisa in “Železničná spoločnosť Slovensko, a. s.” (ZSSK) [1], che fornisce servizi di trasporto passeggeri e “Železničná spoločnosť Cargo Slovakia, a. s.” (ZSSK Cargo) [2], che si occupa del trasporto merci. Tutte queste società sono gestite dallo stato.


Collegamenti esterni

  • , , Sito della compagnia

Famam curant multi, pauci conscientiam

La frase latina famam curant multi, pauci conscientiam (lett. molti si preoccupano della propria fama, pochi della propria coscienza) è una massima di Publilio Siro (Sententiae, 131). Nella raccolta si trova anche un’altra massima dal significato identico: «Plerique famam, conscientiam pauci verentur» (Sententiae, 450)


Risorse lessicologiche on line

  • Vedi scheda

Assicurazioni Generali

Assicurazioni Generali è una compagnia di assicurazioni italiana. I suoi mercati principali sono l’Europa occidentale, America settentrionale ed Estremo oriente.

Il Gruppo Assicurazioni Generali S.p.A., è la più grande compagnia italiana di assicurazioni ed una delle più importanti del mondo.


Storia dell’azienda

La Imperial Regia Privilegiata Compagnia di Assicurazioni Generali Austro-Italiche è stata fondata a Trieste il 26 dicembre 1831.

La presenza in molti mercati è caratteristica iniziale del gruppo, vista sia la vicinanza a Venezia che l’influenza austroungarica.
Attualmente il gruppo è presente in 40 Paesi e si colloca ai primi posti in Germania, Francia, Austria, Spagna, Svizzera, Israele ed è fra le prime compagnie straniere in Cina.

Fanno parte del gruppo Generali:

  • INA Assitalia
  • Fata Assicurazioni
  • Alleanza Assicurazioni
  • Europ-Assistance
  • AMB Generali
  • Genertel
  • Toro Assicurazioni (acquisita dal gruppo De Agostini tramite un’OPA).

Nel 2004 le Assicurazioni Generali sono state il quinto gruppo assicurativo mondiale per Revenues, dopo AXA (Francia), Allianz (Germania), ING Group (Paesi Bassi) ed American International Group (Stati Uniti) (fonte www.internationalinsurance.org)

La sede del gruppo Generali si trova a Trieste, mentre la direzione per l’Italia si trova a Mogliano Veneto, dopo che per anni è stata piazza San Marco a Venezia. Il management è formato da Antoine Bernheim (presidente), Gabriele Galateri di Genola (vicepresidente), Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot (amministratori delegati)


Azionariato

  • Mediobanca S.p.A. 14.295%
  • Banca d’Italia 4.467%
  • Unicredit 3.760%
  • Premafin Finanziaria S.p.A. 2.423%
  • Banca Intesa Sanpaolo S.p.A 2.285%
  • Carlo Tassara S.p.A. 2.273%
  • B&D Holding di Marco Drago & C


Collegamenti esterni

  • Sito ufficiale

Assicurazione (alpinismo)

L’assicurazione è l’insieme delle misure e operazioni che un alpinista o una cordata di alpinisti esegue per diminuire il rischio di un incidente durante la salita di una parete montuosa.

Per fare questo l’alpinista sfrutta una corredo di oggetti che porta appositamente con sé durante la salita.

La catena di assicurazione indica invece l’insieme degli oggetti che in un dato momento, durante la salita, unisce l’alpinista alla parete montuosa.


Principali oggetti utilizzati per l’assicurazione

  • imbragatura
  • corda
  • moschettoni
  • rinvii
  • chiodi da roccia
  • spit
  • nut
  • friend


Voci correlate

  • Lista degli argomenti di alpinismo - elenco di argomenti e termini riguardanti l’alpinismo.

Sinistro (assicurazione)

Con il termine di sinistro, nei contratti assicurativi, s’intende l’evento naturalistico che fa scattare l’operatività delle garanzie di polizza.

Ovviamente, il tipo di evento in questione può variare sensibilmente, in funzione del tipo di garanzia prestata dalla polizza, per cui è opportuno riferirsi anche a tale voce per maggior chiarimento della presente.

Per analogie e differenze, si veda anche la voce incidente.


Voci correlate

  • Convenzione indennizzo diretto (CID) o constatazione amichevole di incidente
  • Incidente